Famiglia

Casa coniugale e mantenimento dei figli: come incide l'assegnazione

La Cassazione torna su un punto cruciale nelle separazioni con figli: l'assegnazione della casa familiare costituisce un vantaggio economico che va valutato nel determinare l'assegno di mantenimento. In pratica, il genitore che resta nell'abitazione con i figli beneficia di un'utilità che il giudice deve considerare per bilanciare le risorse dei due genitori.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·9 agosto 2026 ·4 min

Il principio affermato

La Corte di Cassazione ha ribadito che l'assegnazione della casa familiare non è un elemento neutro rispetto al mantenimento dei figli. Chi ottiene il diritto di abitare l'immobile — di norma il genitore collocatario, cioè quello con cui i figli vivono in prevalenza — riceve un beneficio economico concreto: risparmia il costo di una locazione o di un mutuo per una diversa sistemazione.

Questo vantaggio, secondo la Corte, deve entrare nella valutazione complessiva delle condizioni economiche dei genitori. Il risultato è che l'assegno di mantenimento a carico del genitore non assegnatario può risultare ridotto rispetto a quanto sarebbe dovuto in assenza di tale assegnazione.

Inquadramento normativo

Il riferimento è al sistema disegnato dagli artt. 337-ter e 337-sexies del Codice civile. L'art. 337-ter fissa i criteri per determinare il contributo al mantenimento dei figli: le esigenze del minore, il tenore di vita goduto durante la convivenza, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti.

L'art. 337-sexies disciplina l'assegnazione della casa familiare, stabilendo che il giudice tiene conto di tale assegnazione «nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori». È proprio questa clausola a fondare il ragionamento della Cassazione: l'assegnazione non è avulsa dai profili economici della crisi familiare, ma va integrata nel calcolo. Va inoltre richiamato l'art. 316-bis, che sancisce l'obbligo di entrambi i genitori di concorrere al mantenimento della prole in proporzione alle rispettive sostanze.

Implicazioni pratiche

Per il genitore non assegnatario — spesso chi versa l'assegno — la pronuncia offre un argomento per chiedere che il giudice consideri il valore economico dell'abitazione goduta dall'altro genitore. Non si tratta di azzerare il contributo, ma di quantificarlo tenendo conto di un'utilità reale.

Per il genitore assegnatario, il messaggio è speculare: il diritto di restare nella casa familiare comporta un beneficio che può giustificare un assegno più contenuto. L'assegnazione resta comunque finalizzata a tutelare l'interesse dei figli alla continuità dell'ambiente domestico, non a premiare o penalizzare un coniuge.

Occorre evitare due letture errate. La prima: l'assegnazione non è un automatismo che dimezza il mantenimento. Il giudice compie una valutazione complessiva, caso per caso. La seconda: il vantaggio economico non coincide meccanicamente con il canone di mercato dell'immobile, ma è uno degli elementi del bilanciamento.

Cosa fare in concreto

La pronuncia conferma una logica di equilibrio: il mantenimento dei figli si costruisce guardando all'insieme delle risorse e delle utilità di cui ciascun genitore dispone. L'abitazione familiare è, a tutti gli effetti, una di queste utilità.

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Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.

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