Lavoro

Demansionamento e danno alla professionalità: come si accertano

Con l'ordinanza n. 1195/2026 la Cassazione torna sul demansionamento: l'equivalenza delle mansioni si valuta in concreto e il danno alla professionalità può essere provato per presunzioni, con liquidazione equitativa. Un chiarimento utile a lavoratori e datori sul perimetro dello ius variandi e sull'onere probatorio in giudizio.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·17 settembre 2026 ·4 min

Il caso

Un quadro direttivo di un istituto di credito lamentava di essere stato spostato a compiti inferiori rispetto a quelli in precedenza svolti. La controversia arriva in Cassazione, che con l'ordinanza n. 1195/2026 (Sez. Lavoro) conferma due principi ormai consolidati ma spesso mal applicati: l'equivalenza delle mansioni non si misura sulla carta, ma sul contenuto effettivo del lavoro; e il pregiudizio alla professionalità non richiede prova documentale piena, potendo emergere da presunzioni.

Inquadramento normativo

La norma di riferimento è l'art. 2103 del Codice civile, che disciplina il cosiddetto *ius variandi*, cioè il potere del datore di modificare le mansioni del dipendente. Dopo la riforma introdotta dal D.lgs. 81/2015 (Jobs Act), il datore può assegnare al lavoratore mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento previsti dalla contrattazione collettiva. La categoria contrattuale – nel caso concreto individuata dall'art. 82 del CCNL del settore credito – diventa quindi il parametro di raffronto.

Il punto delicato è che l'appartenenza formale allo stesso livello non basta a escludere il demansionamento. La Cassazione ribadisce che occorre una valutazione in concreto: il giudice deve confrontare il contenuto professionale delle mansioni precedenti con quello delle nuove, verificando se vi sia stato un impoverimento del bagaglio di competenze, del ruolo e della responsabilità. Un quadro direttivo formalmente confermato nel livello, ma privato di deleghe, gestione di risorse o autonomia decisionale, può essere demansionato anche senza declassamento contrattuale.

La prova del danno alla professionalità

Accertato il demansionamento, resta il problema del danno. Il demansionamento non produce un pregiudizio automatico: chi agisce in giudizio deve dimostrare di aver subito una lesione concreta. La professionalità è però un bene per sua natura difficile da quantificare.

Per questo la Cassazione ammette la prova per presunzioni: il giudice può desumere l'esistenza del danno da elementi indiziari come la durata del demansionamento, la natura e il livello delle mansioni sottratte, la specializzazione del lavoratore, la posizione ricoperta e l'incidenza sull'immagine professionale. Una volta ritenuto provato, il danno può essere liquidato in via equitativa ai sensi dell'art. 1226 c.c., cioè con una valutazione ragionevole del giudice quando l'ammontare non è determinabile con precisione.

Resta fermo un limite: le presunzioni devono essere gravi, precise e concordanti. Non è sufficiente allegare genericamente la dequalificazione; occorre offrire al giudice elementi di fatto da cui inferire la perdita.

Implicazioni pratiche

Per il lavoratore, la decisione conferma che si può far valere il demansionamento anche quando l'inquadramento contrattuale è rimasto invariato, purché il contenuto effettivo del lavoro sia stato svuotato. È però onere suo documentare il "prima" e il "dopo".

Per il datore di lavoro, il messaggio è che una riorganizzazione formalmente corretta sul piano dei livelli non mette al riparo da contestazioni: conta ciò che il dipendente fa davvero. Ogni modifica delle mansioni va motivata e tracciata.

Cosa fare in concreto

  1. Documentate il ruolo di partenza. Conservate mansionari, ordini di servizio, deleghe, organigrammi e ogni prova del contenuto effettivo dell'attività svolta prima della modifica.
  2. Ricostruite il "prima e dopo". Confrontate in modo puntuale competenze, responsabilità e autonomia perdute: è su questo raffronto in concreto che si gioca l'accertamento.
  3. Raccogliete indizi del danno. Durata del demansionamento, mancata partecipazione a progetti, esclusione da riunioni o formazione sono elementi utili alla prova presuntiva.
  4. Agite senza attendere troppo. Un demansionamento tollerato a lungo può indebolire la posizione: consigliamo di contestare per iscritto tempestivamente la modifica delle mansioni.
  5. Sul fronte datoriale, tracciate le scelte. Motivate per iscritto le riorganizzazioni e verificate la reale equivalenza professionale prima di riassegnare compiti.

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*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*

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