Certificato di malattia retrodatato: il computo della carenza e le tutele del lavoratore
Quando un certificato medico attesta l'inizio della malattia in una data anteriore alla visita, sorge la questione del computo della carenza e della decorrenza dell'assenza giustificata. Il tema tocca l'indennità INPS, il comporto e i rapporti con il datore. Chiariamo il quadro, distinguendo tra prassi amministrativa e limiti clinici alla retrodatazione, senza cedere ad annunci di presunte riforme.
Il fatto e una premessa di metodo
Si discute con frequenza di certificati di malattia che indicano una data di inizio dell'assenza precedente al giorno della visita medica: la cosiddetta retrodatazione. La questione ha effetti concreti sul computo del periodo di carenza, sulla decorrenza dell'indennità di malattia INPS e sul conteggio delle assenze ai fini del comporto.
Una precisazione preliminare è doverosa. Al momento della redazione non risulta un provvedimento INPS di portata generale che introduca una disciplina nuova e organica sulla retrodatazione: parlare di "nuova disciplina" sarebbe impreciso. Chi consulta questo contributo per verificare un caso specifico deve accertare l'esistenza e gli estremi (numero e anno) dell'eventuale messaggio o circolare INPS applicabile, oltre alle indicazioni del proprio CCNL. In assenza di una fonte formale identificata, il tema va inquadrato come questione di prassi amministrativa e di interpretazione delle regole vigenti.
Inquadramento normativo
La certificazione della malattia avviene per via telematica: il medico trasmette all'INPS l'attestato con l'indicazione dell'inizio e della prognosi. Il flusso digitale, che ha sostituito il certificato cartaceo, è la cornice tecnica entro cui si colloca ogni valutazione sulla data di decorrenza.
La retrodatazione non è una scelta discrezionale. Il medico può attestare un inizio della malattia anteriore alla visita solo quando ciò sia clinicamente giustificato e documentabile, ad esempio quando lo stato morboso era già in atto e verificabile. Una retrodatazione priva di riscontro clinico è irregolare e può essere oggetto di rettifica o contestazione da parte dell'INPS, con conseguenze sia per il lavoratore sia sul piano della responsabilità del sanitario.
Distinto è il tema del periodo di carenza. Nella disciplina dell'indennità di malattia INPS, i primi tre giorni sono di norma "di carenza", cioè non indennizzati dall'Istituto. Ma questa non è una regola universale: il regime varia sensibilmente per categoria (operai e impiegati sono trattati diversamente in molti settori), per comparto e, soprattutto, in base al CCNL applicabile. In numerosi contratti collettivi la carenza è integralmente a carico del datore di lavoro, che corrisponde comunque la retribuzione. Prima di trarre conclusioni occorre quindi individuare il contratto applicato e la categoria di inquadramento.
Perché la data di inizio conta: un esempio
La rilevanza pratica della decorrenza si coglie con un esempio. Supponiamo un certificato con inizio malattia il 1° marzo e visita medica il 3 marzo.
Se si assumesse come decorrenza il giorno della visita (3 marzo), il computo della carenza e dell'assenza giustificata partirebbe da quella data, con il rischio che i giorni 1 e 2 marzo restino privi di copertura giustificativa. Se invece si riconosce la retrodatazione clinicamente giustificata, l'assenza è giustificata dal 1° marzo e da quella data decorrono sia il periodo di carenza sia il conteggio ai fini indennitari.
La differenza operativa è netta: incide sulla giustificazione dei giorni iniziali, sull'importo eventualmente indennizzato e sul computo del comporto, cioè del periodo massimo di conservazione del posto durante la malattia.
Implicazioni pratiche
Per il lavoratore. La corretta indicazione della data di inizio evita che i primi giorni risultino ingiustificati sul piano disciplinare e assicura il computo pieno dell'assenza. È però un beneficio condizionato: la retrodatazione deve reggere a un controllo clinico. Un certificato retrodatato senza fondamento espone a rettifiche e contestazioni.
Per il datore di lavoro. La data di decorrenza rileva per la quota di retribuzione a proprio carico durante la carenza, per la gestione delle presenze e per il conteggio del comporto. Il datore ha interesse a verificare la coerenza tra certificato, comunicazione dell'assenza e prognosi trasmessa.
Cosa fare in concreto
- Verifica la data di inizio riportata nell'attestato telematico e confrontala con quella della visita: segnala tempestivamente eventuali incongruenze al medico.
- Consulta il CCNL applicabile per individuare il regime di carenza della tua categoria e chi ne sostiene il costo.
- Conserva la documentazione clinica che giustifichi l'eventuale retrodatazione: è l'elemento che regge in caso di controllo INPS.
- Monitora il computo del comporto, verificando che le giornate siano attribuite alla decorrenza corretta.
- In caso di rettifica o contestazione INPS, è opportuno valutare l'impugnazione nei termini previsti, esaminando la documentazione sanitaria a supporto.
Disclaimer
Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.
Ogni storia di lavoro ha i suoi tempi.
Se gestisci HR e vuoi un confronto su contenzioso, ispezioni o licenziamenti, scrivi allo studio. Ti rispondiamo entro un giorno lavorativo.