Famiglia

Mantenimento ai figli maggiorenni: la Cassazione pone un limite

La Corte di Cassazione torna sul mantenimento dei figli maggiorenni: superata l'età del completamento degli studi, l'obbligo dei genitori non è perenne. Spetta al figlio dimostrare di essersi attivato concretamente nella ricerca di un'occupazione. Si consolida così il principio di autoresponsabilità, con un effetto diretto sull'onere della prova e sulla durata dell'assegno.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·6 ottobre 2026 ·4 min

Il fatto

Un padre contesta l'obbligo di versare un assegno di mantenimento alla figlia ormai trentacinquenne e disoccupata. La questione, dopo i gradi di merito davanti a Tribunale e Corte d'Appello, arriva in Cassazione. Il nodo è sempre lo stesso: fino a quando un genitore deve mantenere un figlio adulto che non lavora?

La risposta della Corte è netta. L'obbligo di mantenimento non è a tempo indeterminato. Raggiunta un'età in cui il percorso formativo dovrebbe considerarsi concluso, il figlio non può limitarsi a restare inerte: deve provare di aver cercato attivamente un'occupazione coerente con la propria preparazione.

Inquadramento normativo

Occorre distinguere due istituti spesso confusi.

Il mantenimento del figlio maggiorenne trova fondamento nell'art. 337-septies c.c.: il giudice può disporre un assegno a favore dei figli maggiorenni non economicamente autosufficienti. È un dovere connesso alla continuità del percorso educativo e all'inserimento nel mondo del lavoro.

Gli alimenti, invece, sono cosa diversa. Sono regolati dagli artt. 433 e 438 c.c. e spettano a chi versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio sostentamento. Hanno natura assistenziale, sono parametrati al bisogno dell'avente diritto e alle condizioni dell'obbligato, e non presuppongono alcun legame con il completamento degli studi.

Il mantenimento tende a garantire un tenore di vita e un progetto di autonomia; gli alimenti coprono il minimo vitale. Sono finalità, presupposti e limiti differenti.

L'evoluzione sull'onere della prova

Il punto più rilevante è lo spostamento dell'onere probatorio.

Un orientamento più risalente tendeva a far gravare sul genitore la prova che il figlio avesse raggiunto l'autosufficienza o colpevolmente omesso di procurarsela. In questa logica, chi chiedeva la revoca dell'assegno doveva dimostrare l'inerzia altrui, con evidente difficoltà pratica.

L'orientamento oggi prevalente ribalta l'impostazione, soprattutto per i figli che abbiano superato la fase formativa. Il discrimine è duplice:

In altri termini, la mera condizione di disoccupazione non basta a mantenere vivo il diritto all'assegno. Più il tempo passa, più l'inerzia pesa a sfavore del figlio. L'obbligo dei genitori non può trasformarsi in una rendita vitalizia a fronte di una scelta, anche implicita, di non attivarsi.

Implicazioni pratiche

Per il genitore obbligato, la pronuncia apre spazi concreti per chiedere la revoca o la riduzione dell'assegno quando il figlio, adulto e formato, non dimostri un impegno effettivo nella ricerca di lavoro.

Per il figlio maggiorenne, il messaggio è altrettanto chiaro: la tutela economica è subordinata a un comportamento attivo. Non è sufficiente dichiararsi disoccupati; occorre documentare candidature, colloqui, percorsi di formazione o qualificazione.

Restano fuori dalla regola alcune situazioni limite che impongono prudenza: patologie invalidanti che impediscono l'inserimento lavorativo, percorsi di studio ancora in corso e non artatamente prolungati, contesti territoriali con oggettiva scarsità di opportunità. In questi casi la valutazione del giudice resta ancorata al caso concreto e la cessazione dell'obbligo non è automatica.

Cosa fare in concreto

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Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners Avvocati. Non costituisce parere legale.

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