Lavoro

Pignoramento dello stipendio: limiti e quote pignorabili

Lo stipendio non può essere pignorato per intero. La legge fissa quote precise, che variano dal decimo al quinto del netto a seconda del creditore e dell'importo. Capire questi limiti è decisivo per il lavoratore che subisce un'esecuzione e per chi vuole recuperare un credito senza incorrere in atti nulli.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·17 giugno 2026 ·4 min

Il principio: lo stipendio è pignorabile solo in parte

La retribuzione è una fonte di sostentamento, perciò il legislatore la protegge. Il pignoramento dello stipendio non può mai colpire l'intera somma: opera sempre entro limiti percentuali calcolati sul netto, cioè su quanto il lavoratore percepisce dopo trattenute fiscali e contributive.

Il meccanismo si fonda su due variabili: la natura del credito (privato, fiscale, alimentare) e l'importo della retribuzione. A seconda della combinazione cambia la quota aggredibile.

Inquadramento normativo

La disciplina generale è contenuta nell'art. 545 del codice di procedura civile. La regola base per i crediti ordinari (banche, finanziarie, fornitori) prevede che lo stipendio possa essere pignorato nella misura di un quinto, cioè il 20% del netto.

Per i crediti di natura tributaria interviene l'art. 72-ter del Dpr n. 602/1973, che modula la quota in funzione del reddito: un decimo (10%) per stipendi fino a 2.500 euro mensili, un settimo (circa 14,3%) per quelli compresi tra 2.500 e 5.000 euro, un quinto oltre i 5.000 euro. La logica è proteggere maggiormente i redditi bassi.

Un capitolo a parte riguarda i crediti per alimenti (ad esempio assegni di mantenimento): qui il giudice stabilisce la quota pignorabile caso per caso, potendo superare il quinto.

Il tetto del 50% e la pluralità di pignoramenti

Quando sullo stesso stipendio gravano più pignoramenti per titoli diversi, la somma complessivamente trattenuta non può comunque eccedere la metà della retribuzione netta. È un limite invalicabile, fissato dall'art. 545 c.p.c., che impedisce di azzerare il reddito del debitore sommando più procedure.

La Corte Costituzionale e la Cassazione hanno più volte ribadito la finalità di tutela: nessun creditore, neppure il Fisco, può privare il lavoratore del minimo necessario a vivere. Sul punto si registrano pronunce di merito, come quelle del Tribunale di Bari, attente a verificare il rispetto del cumulo.

Cosa cambia per chi subisce il pignoramento

Per il lavoratore dipendente l'effetto pratico è che il datore di lavoro, ricevuto l'atto, diventa terzo pignorato: trattiene la quota indicata e la versa al creditore o all'Agente della Riscossione. Il dipendente continua a percepire la parte residua.

Due aspetti meritano attenzione. Primo: i limiti si applicano allo stipendio, ma le somme già accreditate sul conto corrente seguono regole parzialmente diverse, con soglie di impignorabilità legate al triplo dell'assegno sociale. Secondo: trattamenti come l'indennità di disoccupazione o il sostegno al reddito godono di tutele specifiche.

Per il creditore, invece, conoscere le quote evita di promuovere azioni sproporzionate o di vedersi opporre la nullità di trattenute eccedenti i limiti.

Cosa fare in concreto

Conclusione

Il sistema dei limiti al pignoramento dello stipendio bilancia due esigenze: garantire al creditore il soddisfacimento e assicurare al lavoratore un reddito minimo. Le percentuali non sono rigide ma variano con il tipo di credito e con l'importo percepito. Consigliamo di analizzare ogni atto con attenzione al calcolo e alla pluralità di procedure, perché è proprio sul rispetto delle soglie che si gioca la legittimità della trattenuta.

*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*

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