Condominio

I poteri dell'amministratore di condominio sulle parti comuni

L'amministratore di condominio custodisce le parti comuni, ma i suoi poteri non sono illimitati. Alcuni interventi richiedono il via libera dell'assemblea, altri può assumerli in autonomia. Conoscere questo confine è decisivo: sbagliare significa spese non ripetibili, delibere impugnabili e, nei casi più gravi, responsabilità personale dell'amministratore verso i condomini.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·3 agosto 2026 ·4 min

Il quadro normativo

I poteri dell'amministratore sono disciplinati dall'art. 1130 del Codice civile, come riformato dalla Legge 220/2012 (la riforma del condominio). La norma elenca gli atti che l'amministratore deve o può compiere: eseguire le delibere assembleari, disciplinare l'uso delle cose comuni, riscuotere i contributi, erogare le spese per la manutenzione ordinaria.

Accanto a questi compiti "tipici", l'art. 1135 c.c. attribuisce all'amministratore un potere autonomo per i lavori urgenti: può ordinarli di sua iniziativa, salvo l'obbligo di riferirne nella prima assemblea utile. È il perno che distingue l'azione autonoma da quella subordinata al voto dell'assemblea.

Sul piano della tutela, l'amministratore è considerato custode delle parti comuni. Ciò lo espone anche a profili di responsabilità penale: l'art. 677 del Codice penale sanziona l'omissione di lavori su edifici che minacciano rovina, e la Cassazione penale ha più volte chiarito che tale responsabilità grava anche sull'amministratore che non attivi le procedure necessarie.

Quando agisce da solo e quando serve l'assemblea

La linea di confine è la seguente.

Può agire in autonomia per:

Serve la delibera assembleare per:

Un caso frequente riguarda i vizi costruttivi. Se l'edificio presenta gravi difetti che ne compromettono la stabilità o la funzionalità, entra in gioco l'art. 1669 c.c., che disciplina la responsabilità del costruttore per rovina e gravi difetti dell'immobile nei dieci anni dal compimento dell'opera. La Cassazione civile riconosce all'amministratore la legittimazione ad agire contro il costruttore per la tutela delle parti comuni, quando l'azione ha natura conservativa. Se invece la controversia assume portata più ampia, è prudente munirsi del mandato assembleare.

Cosa cambia per i condomini

Per chi vive in condominio, questi confini hanno effetti concreti.

Un amministratore che ordina lavori straordinari senza delibera espone il condominio a spese potenzialmente non ripetibili: i condomini possono contestarle e, in caso di danno, l'amministratore risponde in proprio.

All'opposto, un amministratore che resta inerte davanti a un pericolo — un balcone che si stacca, un intonaco che cade — può essere chiamato a rispondere sia civilmente sia penalmente. L'inerzia, in presenza di urgenza, non è una posizione neutra.

Per i condomini è quindi essenziale distinguere: davanti a una spesa contestata, la prima domanda è se rientrava nei poteri autonomi dell'amministratore o richiedeva il voto. Davanti a un pericolo trascurato, la domanda è se l'amministratore avesse il dovere di attivarsi subito.

Cosa fare in concreto

La gestione delle parti comuni si muove su un equilibrio: troppa iniziativa espone a contestazioni, troppa cautela espone a responsabilità per omissione. Il criterio guida resta la distinzione tra conservazione, che l'amministratore presidia in autonomia, e amministrazione straordinaria, che appartiene alla collettività dei condomini.

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*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*

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