Contrattualistica

Abbandonare una trattativa senza motivo: la responsabilità precontrattuale

Interrompere una trattativa avanzata senza una ragione legittima non è sempre libero. Il Tribunale di Salerno ha ribadito che gli obblighi di buona fede precontrattuale valgono anche nella fase esecutiva del rapporto. Chi recede in modo ingiustificato rischia di risarcire i costi sostenuti dalla controparte e le occasioni perdute, ma non i guadagni sperati dal contratto mai concluso.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·1 agosto 2026 ·4 min

Il caso e perché conta

Una trattativa può durare settimane o mesi. Le parti si scambiano documenti, sostengono spese, rinunciano ad altre offerte confidando nell'accordo in arrivo. Poi una delle due si ritira, senza spiegazioni.

La domanda è semplice: chi abbandona il tavolo deve rispondere di qualcosa? La risposta, secondo il Tribunale di Salerno, dipende dallo stato della trattativa e dal comportamento tenuto. Non ogni recesso è illecito, ma un abbandono ingiustificato, quando l'altra parte aveva un ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto, può fondare una responsabilità.

Inquadramento normativo

Il riferimento è l'articolo 1337 del codice civile: "Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede". È la cosiddetta responsabilità precontrattuale, o *culpa in contrahendo*: una responsabilità che nasce prima ancora che il contratto esista.

Si affianca l'articolo 1338, che impone di comunicare alla controparte le cause di invalidità del contratto conosciute o conoscibili. Chi tace su un vizio che rende il contratto inefficace, causando un danno all'altro, ne risponde.

La buona fede di cui parla l'articolo 1337 non è un principio astratto. Significa lealtà, correttezza informativa e coerenza nel condurre le trattative. Recedere è lecito finché non si è generato nell'altra parte un affidamento qualificato sulla conclusione dell'affare. Superata quella soglia, il ritiro deve avere una causa seria.

La pronuncia salernitana aggiunge un elemento rilevante: gli obblighi di buona fede non si esauriscono con la firma. Continuano a operare anche nella fase di esecuzione del contratto, estendendo la portata della tutela oltre il momento della semplice trattativa.

Cosa si può chiedere e cosa no

Qui sta il punto più delicato. Il danno risarcibile nella responsabilità precontrattuale è il cosiddetto *interesse negativo*: ciò che la parte ha perso proprio per aver confidato inutilmente nella trattativa.

Rientrano quindi:

Non rientra, invece, il guadagno atteso dal contratto mai concluso. È una distinzione decisiva: non si risarcisce ciò che si sarebbe ottenuto *se* il contratto fosse stato firmato, perché quel contratto non è mai nato. Si risarcisce solo il pregiudizio derivato dall'aver creduto, legittimamente, che nascesse.

È una differenza che pesa in termini economici. Chi agisce in giudizio confidando di recuperare il mancato utile dell'affare rischia di vedersi liquidare somme molto più contenute.

Implicazioni pratiche per le imprese

Per chi conduce trattative commerciali di un certo peso, la lezione è duplice.

Da un lato, chi si ritira deve valutare a che punto è arrivata la negoziazione. Più la trattativa è avanzata e più l'altra parte ha investito, più serve una ragione concreta per abbandonarla.

Dall'altro, chi subisce il ritiro deve essere in grado di documentare il proprio affidamento e i costi sostenuti. Senza prova delle spese e delle occasioni perdute, il risarcimento resta teorico.

Cosa fare in concreto

La buona fede nelle trattative non è cortesia: è un obbligo giuridico con conseguenze patrimoniali. Governarla per tempo, con documentazione e coerenza, è il modo più efficace per proteggersi.

Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.

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