Reclutamento dei dirigenti pubblici: cosa cambia con la riforma
Un disegno di legge sulla pubblica amministrazione intende ridurre il ruolo del concorso pubblico nell'accesso alla dirigenza statale, ampliando le valutazioni interne. La questione tocca un principio costituzionale e solleva interrogativi sulla tenuta del criterio meritocratico. Vediamo cosa prevede il testo, quali nodi giuridici apre e come dovrebbero muoversi i soggetti coinvolti.
Il fatto
È in discussione un disegno di legge in materia di pubblica amministrazione, attribuito all'iniziativa del Governo e del Ministro per la Pubblica Amministrazione. L'obiettivo dichiarato è snellire il reclutamento della dirigenza statale, riducendo il ricorso al concorso pubblico in favore di percorsi di valutazione e progressione interna.
Il testo ha generato un acceso dibattito. I critici parlano di un sistema che, di fatto, rischia di affidare la selezione a logiche discrezionali, con il pericolo di indebolire la trasparenza e il criterio del merito. È bene chiarire da subito che si tratta di un progetto in itinere: nulla è ancora diritto vigente.
Inquadramento normativo
Il punto di partenza è l'articolo 97 della Costituzione, che fissa due principi cardine: il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione, e la regola per cui "agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge".
La formula "salvo i casi stabiliti dalla legge" non è una porta aperta a qualsiasi deroga. La Corte costituzionale, in numerose pronunce (tra le altre, le sentenze n. 217/2012 e n. 7/2015), ha precisato che il concorso pubblico è la regola generale e che le eccezioni sono ammesse solo se giustificate da peculiari esigenze di interesse pubblico, ragionevoli e proporzionate. Le procedure interne sganciate da una selezione comparativa aperta sono state ripetutamente censurate.
Sul versante ordinario, il riferimento è il d.lgs. n. 165/2001 (Testo unico sul pubblico impiego), in particolare l'art. 28 e l'art. 28-bis, che disciplinano l'accesso alla dirigenza tramite concorso e corso-concorso gestiti dalla Scuola Nazionale dell'Amministrazione. Una riforma che ne ridimensioni il peso dovrà confrontarsi con questo impianto e, soprattutto, con il vaglio di costituzionalità.
Implicazioni pratiche
Per i funzionari pubblici già in servizio, un sistema fondato su valutazioni e progressioni interne potrebbe ampliare le possibilità di carriera senza superare un concorso esterno. È un'opportunità potenziale, ma anche un terreno scivoloso: criteri di valutazione vaghi o non verificabili esporrebbero gli atti di nomina a contestazioni.
Per le amministrazioni statali, il rischio concreto è duplice. Da un lato, l'aumento del contenzioso: le nomine dirigenziali adottate al di fuori di una procedura comparativa trasparente sono tra le più impugnate davanti al giudice amministrativo. Dall'altro, l'esposizione a profili di responsabilità erariale qualora le scelte si rivelino arbitrarie o prive di adeguata motivazione.
Per i dirigenti pubblici, infine, la solidità del titolo conta. Una nomina ottenuta tramite percorso non concorsuale, se la norma di riferimento dovesse cadere sotto la scure della Consulta, rischia di essere travolta retroattivamente, con conseguenze sulla posizione e sull'incarico.
Va ribadito un dato di metodo: finché il testo resta un disegno di legge, gli effetti descritti sono prospettici. Il monitoraggio dell'iter parlamentare è quindi essenziale prima di assumere decisioni.
Cosa fare in concreto
- Verificate lo stato dell'iter. Distinguete tra disegno di legge in discussione e norma effettivamente entrata in vigore: solo quest'ultima produce effetti.
- Documentate ogni passaggio valutativo. Se siete amministrazioni, predisponete criteri di selezione predeterminati, oggettivi e tracciabili, con motivazione puntuale degli atti di nomina.
- Conservate i titoli e le valutazioni. Funzionari e dirigenti tengano memoria di incarichi, risultati e valutazioni di performance: sono elementi probatori in caso di contenzioso.
- Valutate i termini di impugnazione. Chi ritenga lesa la propria posizione da una nomina ricordi che il ricorso al TAR si propone, di norma, entro sessanta giorni dalla conoscenza dell'atto.
- Aggiornate le procedure interne solo dopo l'effettiva approvazione e pubblicazione del testo definitivo, evitando di anticipare scelte su una base normativa ancora instabile.
Una nota di equilibrio
Il titolo della riforma evocato nel dibattito pubblico è volutamente provocatorio. Sul piano giuridico, la questione non è il "favoritismo" in sé, ma la compatibilità di qualunque deroga al concorso con i parametri fissati dall'art. 97 della Costituzione e dalla giurisprudenza costituzionale. È su quel binario che si misurerà la legittimità del provvedimento.
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*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*
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