Lavoro

Maternità e lavoro: le tutele della lavoratrice madre

La legge italiana protegge la lavoratrice madre con congedi retribuiti e divieto di licenziamento. Ma tra norma e realtà resta un divario: penalizzazioni salariali, part time involontario e un congedo parentale che i padri usano poco. Vediamo quali sono le tutele effettive e come esercitarle senza subire discriminazioni.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·3 luglio 2026 ·4 min

Il quadro dei diritti

La maternità è uno dei momenti in cui il rapporto di lavoro riceve la protezione più forte del nostro ordinamento. Il testo di riferimento è il Codice per la protezione della maternità e paternità, cioè il D.Lgs. n. 151/2001. Accanto a questo opera il D.Lgs. n. 198/2006 (Codice delle pari opportunità), che vieta ogni discriminazione basata sul sesso e sulla condizione di genitore.

Le tutele, però, non si applicano da sole. Vanno conosciute e attivate. E la distanza tra ciò che la legge riconosce e ciò che accade nei luoghi di lavoro resta ampia.

Inquadramento normativo

Il congedo di maternità (artt. 16 e seguenti, D.Lgs. 151/2001) è un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, di norma pari a cinque mesi, durante il quale spetta un'indennità pari all'80% della retribuzione a carico dell'INPS. È possibile la cosiddetta "flessibilità": lavorare fino all'ottavo mese e recuperare il periodo dopo il parto, previa certificazione medica.

Il divieto di licenziamento (art. 54, D.Lgs. 151/2001) opera dall'inizio della gravidanza fino al compimento del primo anno di età del bambino. Il licenziamento intimato in questo periodo è nullo, salvo ipotesi tassative (colpa grave, cessazione dell'attività, esito negativo della prova). Anche le dimissioni rese in questa fase devono essere convalidate dall'Ispettorato del lavoro, proprio per escludere che siano estorte.

Il congedo parentale (artt. 32 e seguenti) è invece un diritto di entrambi i genitori, fruibile nei primi anni di vita del figlio e in parte retribuito. Qui emerge il dato più critico: viene utilizzato quasi esclusivamente dalle madri. Il ricorso ridotto da parte dei padri sposta di fatto il carico di cura e alimenta la penalizzazione professionale femminile.

Cosa cambia per chi lavora

Le protezioni formali convivono con effetti pratici meno visibili. La ricerca e i dati occupazionali mostrano tre fenomeni ricorrenti:

Queste condotte, quando collegate alla condizione di madre, possono integrare una discriminazione vietata dal Codice delle pari opportunità. Non serve una dichiarazione esplicita del datore di lavoro: la discriminazione può essere anche indiretta, cioè derivare da prassi apparentemente neutre che colpiscono in modo sproporzionato le lavoratrici madri.

È utile ricordare che, in materia di discriminazione, il regime della prova è agevolato: chi agisce deve fornire elementi precisi e concordanti; spetta poi al datore dimostrare l'assenza di intento o effetto discriminatorio.

Cosa fare in concreto

Consigliamo di valutare la propria posizione appena emergono segnali di penalizzazione: i termini per impugnare atti come il licenziamento o il demansionamento sono spesso brevi, e un intervento tardivo riduce le tutele esperibili.

Disclaimer

Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.

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