Condominio

Uso esclusivo dei beni comuni: senza unanimità non si può

Un condomino non può appropriarsi del godimento esclusivo di un bene comune senza il consenso di tutti gli altri. Lo ribadisce la Cassazione con la sentenza n. 20548/2025: la deroga all'uso collettivo richiede l'unanimità. Una pronuncia che incide sui rapporti quotidiani in condominio e sui rischi legati all'usucapione delle parti comuni.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·7 giugno 2026 ·4 min

Il principio affermato dalla Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20548/2025, torna su un tema ricorrente nel contenzioso condominiale: l'uso esclusivo dei beni comuni. Il principio è netto. Nessun condomino può riservare a sé il godimento esclusivo di una parte comune — un cortile, un sottoscala, un'area di passaggio — se non con il consenso di tutti gli altri partecipanti.

L'attribuzione di un uso esclusivo costituisce infatti una deroga al regime ordinario di comproprietà. E una deroga di questo tipo, incidendo sui diritti di tutti, esige l'unanimità: non basta la maggioranza assembleare, per quanto qualificata.

Inquadramento normativo

Il riferimento è l'articolo 1102 del Codice civile, dettato in materia di comunione e applicabile al condominio. La norma stabilisce che ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, a due condizioni: non alterarne la destinazione e non impedire agli altri di farne pari uso secondo il loro diritto.

Il cuore della disposizione è il pari uso. Il bene comune deve restare a disposizione di tutti, anche se non necessariamente in modo simultaneo o identico. Un uso che esclude gli altri rompe questo equilibrio e fuoriesce dai limiti dell'art. 1102.

Da qui la conclusione della Corte: per legittimare un uso esclusivo serve un atto che modifichi i rapporti di proprietà, cioè un accordo unanime tra tutti i condomini. In assenza, l'uso esclusivo è abusivo e gli altri condomini possono agire per farlo cessare.

Il nodo dell'usucapione

La pronuncia ha un risvolto pratico rilevante: il rischio di usucapione. L'usucapione è il modo di acquisto della proprietà (o di un diritto) attraverso il possesso continuato per il tempo previsto dalla legge — vent'anni per gli immobili.

Il condomino che gode in via esclusiva di un bene comune per un periodo prolungato, senza opposizione degli altri, può tentare di consolidare quella situazione di fatto invocandone l'usucapione. La tolleranza protratta diventa così un pericolo concreto per la collettività condominiale.

Proprio per questo la Cassazione ribadisce la regola dell'unanimità: distinguere tra un uso semplicemente tollerato e un possesso idoneo a usucapire è spesso difficile, e l'inerzia degli altri condomini può tradursi nella perdita definitiva di una parte comune.

Implicazioni pratiche

Per l'amministratore e per i singoli condomini le conseguenze sono dirette.

Una delibera assembleare a maggioranza che assegni a un condomino l'uso esclusivo di un bene comune è invalida e può essere impugnata. Allo stesso modo, l'occupazione di fatto di spazi comuni — posti auto, aree verdi, locali tecnici — non si consolida per il solo decorso del tempo se incontra opposizione.

Il punto critico è proprio la reazione tempestiva. Chi assiste passivamente a un uso esclusivo prolungato rischia di vedersi opporre, anni dopo, una domanda di usucapione fondata su quella stessa inerzia.

È quindi essenziale documentare le situazioni anomale e manifestare formalmente il dissenso, in modo da interrompere ogni possibile maturazione del possesso.

Cosa fare in concreto

La logica di fondo è chiara: il bene comune appartiene a tutti i condomini, e il suo godimento esclusivo non può essere imposto né conquistato con il silenzio altrui. La vigilanza, in materia condominiale, è la prima forma di tutela.

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*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*

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