Famiglia

Usufrutto legale: cosa possono fare i genitori con i beni dei figli minori

I genitori non sono padroni del patrimonio dei figli minori. Il Codice civile riconosce loro un usufrutto legale sui beni del minore, ma lo vincola a scopi precisi e ne esclude alcune categorie. Capire dove finisce il potere dei genitori e dove inizia la tutela del figlio è essenziale per evitare responsabilità e conflitti futuri.

A cura di Tamburro & Partners Avvocati ·9 agosto 2026 ·4 min

Il fatto e perché conta

Un conto intestato al figlio, un immobile ricevuto in eredità dai nonni, una somma donata alla nascita. Chi gestisce questi beni finché il minore non diventa maggiorenne? E soprattutto: i genitori possono utilizzarli?

La risposta non è né un sì incondizionato né un divieto assoluto. La legge costruisce un sistema di equilibrio tra l'autonomia gestionale dei genitori e la protezione del patrimonio del figlio.

Inquadramento normativo

Il punto di riferimento è l'articolo 324 del Codice civile, che attribuisce ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale l'usufrutto legale sui beni del figlio minore. In termini pratici, l'usufrutto legale è il diritto di godere dei beni del minore e di percepirne i frutti, cioè i redditi che quei beni producono: canoni di locazione, interessi, dividendi.

La norma pone però un vincolo di destinazione. I frutti devono essere impiegati per il mantenimento della famiglia e per l'istruzione ed educazione dei figli. Non si tratta quindi di un incasso libero a favore dei genitori, ma di risorse legate a finalità precise.

L'articolo 324, comma 3, esclude dall'usufrutto legale alcune categorie di beni. In particolare, non vi rientrano i beni acquistati dal figlio con i proventi del proprio lavoro, quelli lasciati o donati al figlio con la condizione espressa che i genitori non ne abbiano l'usufrutto, e i beni pervenuti per eredità, legato o donazione accettati nell'interesse del figlio contro la volontà dei genitori.

Gli articoli 325 e seguenti completano il quadro. L'usufrutto legale non è cedibile né sequestrabile ed è soggetto agli obblighi propri dell'usufruttuario, tra cui la conservazione della sostanza dei beni. Va inoltre tenuto presente che l'atto di disposizione del capitale del minore, e non dei soli frutti, richiede l'autorizzazione del giudice tutelare, secondo le regole sull'amministrazione dei beni dei figli.

Implicazioni pratiche

La distinzione cardine è quella tra frutti e capitale.

Sui frutti i genitori hanno un potere ampio, purché rispettino la destinazione familiare ed educativa. Possono usare gli interessi di un conto o i canoni di un immobile del figlio per far fronte alle esigenze della famiglia.

Sul capitale, invece, il potere è molto più limitato. Vendere l'immobile del minore, prelevare somme rilevanti dai suoi risparmi, accendere ipoteche o rinunciare a un'eredità in suo nome sono atti che incidono sulla sostanza del patrimonio. Per questi atti serve, di norma, l'autorizzazione giudiziale.

Un errore frequente è considerare il conto intestato al figlio come una riserva liberamente attingibile. Non lo è. Prelievi non giustificati dalle finalità di legge possono esporre il genitore a responsabilità verso il figlio, che potrà chiederne conto una volta maggiorenne.

Attenzione anche alle clausole di destinazione. Un nonno che dona o lascia beni al nipote può escludere espressamente l'usufrutto legale dei genitori. In quel caso i frutti restano nel patrimonio del minore e i genitori li amministrano senza poterli impiegare per le esigenze familiari.

Cosa fare in concreto

Conclusione

L'usufrutto legale è uno strumento pensato per conciliare la gestione familiare con la tutela del minore, non un titolo di appropriazione. La linea di confine tra uso legittimo dei frutti e disposizione del capitale è il criterio da tenere sempre presente.

*Contributo informativo a cura di Tamburro & Partners - Avv. Giuseppe Tamburro. Non costituisce parere legale.*

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